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Congresso Provinciale Febbraio 2009 - pag.5

 

Anche in questi comportamenti si  misura la differenza tra chi governa oggi e chi governava ieri.

Nel 1984, dopo l’Accordo di San Valentino, il Governo, pur forte di una vittoria politica senza precedenti, lavorò da subito perché si ricostruisse al più presto il rapporto unitario tra le Confederazioni.

Lo stesso Craxi si recò al Congresso della Cgil, ricordò Fernando Santi e venne applaudito.

Non mi pare che oggi il Governo sia impegnato nella stessa direzione.

Ecco, possono essere mai queste le condizioni in cui il nostro Paese deve reagire ad una crisi che morde sempre di più ogni giorno che passa?

Certamente no.

Per contrastarla, il Presidente della Repubblica ci ha indicato la strada della concertazione e della responsabilità, un binomio che riguarda tutti.

Il Governo per primo, però, deve fare di più.

La “social card”, le misure anticrisi dell’apposito decreto che consiste in cinque miliardi di euro, cioè bonus, detassazioni, incentivi, rifinanziamenti della Cassa Integrazione appaiono, per dirla con Scalfari, “sacchetti di sabbia con cui non si può certo fermare l’oceano della crisi”.

Si tratta di provvedimenti insufficienti ma non per questo da snobbare o, ancora peggio, da rigettare anche perché, va detto con chiarezza, sono frutto delle pressioni che la Cisl ha fatto in questi ultimi mesi.

Certo, non è ciò che avevamo chiesto nella qualità e nelle quantità, e perciò fa bene Bonanni ad insistere e a dire, come ha fatto in una recente intervista, “basta giochetti, fuori i soldi per i disoccupati”.

L’occasione era quella dell’incontro Stato-Regioni, poi saltato, dove bisognava discutere delle risorse europee “da mettere sul piatto di quei lavoratori che oggi non hanno diritto alla Cassa Integrazione”.

Il punto è che il Governo, con in testa il Presidente del Consiglio, continua a fare sfoggio di ottimismo, invita a consumare come se si vivesse in chissà quale condizione di benessere, insomma, maschera la drammatica realtà della crisi minimizzandola o esorcizzandola.

Il Ministro dell’Economia, invece, dimenticando il ruolo che ricopre, fa l’“uomo  qualunque” sostenendo, sempre a proposito della crisi, che “stiamo attraversando una terra ignota” e che oggi il prevedere è “un mestiere da astrologi”; mentre della recente riforma in Parlamento ha dichiarato l’assoluta “imponderabilità” dei costi.

Da un Ministro che gode fama di essere un attento economista, e che aveva iniziato questa sua nuova avventura ministeriale vestendo i panni di Robin Hood, era lecito aspettarsi di più e cioè la verità nuda e cruda su una crisi che avrebbe dovuto prevedere e, di conseguenza, attrezzarsi per pararne i colpi.

Aver consentito l’abolizione dell’Ici, l’operazione Alitalia e altri sperperi a vario titolo, ha comportato la perdita di un totale di otto-dieci miliardi di euro che oggi sarebbero stati preziosi unitamente ai cinque miliardi che costerà il decreto anticrisi.

Per recuperarli, il Ministro dell’Economia intende trasferire risorse da Regioni e Comuni al Bilancio dello Stato, una “sottrazione” a danno di servizi e opere pubbliche di immediata fattibilità.

E’ la solita storia della coperta troppo corta.

Di ulteriori risorse, comunque, c’è bisogno per procedere, come chiede insistentemente la Cisl, a rifinanziare la Cassa integrazione per far fronte al crollo della produzione, per estendere gli ammortizzatori ai licenziati e licenziandi che vengono dal lavoro precario e anche dal lavoro nero e, infine, per gli sgravi fiscali a sostegno delle famiglie e dei loro consumi.